Vitigni Autoctoni, la Scelta Consapevole

L’ cresce.

vitigni autoctoniForse non nei numeri, visto che la regione contribuisce alla produzione nazionale con meno di 1 milione di ettolitri di , ma con un qualitativo costante e, fatto ancor più rilevante per una piccola regione, con una rinnovata capacità di realizzare bottiglie originali, figlie di percorsi sempre più chiari, cercati, consapevoli.

Non è solo una questione di dimensioni aziendali, anche se è chiaro che nei casi di realtà circoscritte il gioco è più facile. Tutti sono alle prese, chi più chi meno, con un’azione volta a smarcarsi dall’affollato mondo di troppo standardizzati, incapaci di distinguersi con forza sul mercato globale e impaludati nelle sabbie mobili di uno linguaggio ormai obsoleto. Gli umori di critica, appassionati e mercato sono passati da uno schema a un altro in cui le parole d’ordine più à la page sono diventate territorio, eleganza, originalità, identità. Ecco allora che il percorso della regione ha cambiato tracciato, imboccando la via dei autoctoni, almeno nei casi in cui era possibile, di denominazioni classiche che sembravano passate di moda e di vini dal sapore più marcatamente locale. In questo quadro si sono inseriti alla perfezione indagini territoriali che hanno riscoperto e valorizzato il passato in chiave contemporanea. Ovvio che il caso sia in questo senso paradigmatico, numericamente e qualitativamente inarrivabile. Accanto a esso, però, gli episodi di approfondimento si stanno moltiplicando, a partire da altre varietà che parevano destinate all’oblio e che stanno invece dimostrando il loro valore. O a processi che riportano alla luce, dopo la sbornia rossista degli anni Novanta e dei primi Duemila, il volto bianco dell’Umbria. Non è un caso, d’altronde, che il terroir umbro con maggior storia e notorietà abbia il volto bianco di Orvieto. E allora ecco di nuovo i , i Trebbiano (specie Spoletino), le Malvasia. Così come, sull’altra sponda, i Ciliegiolo, i Trasimeno Gamay, forse i Grero di domani. Un percorso in divenire che, insieme alla maturità delle aziende di più lungo corso e al dinamismo delle nuove, regalano un caleidoscopio stilistico sconosciuto che rende la mappa enologica regionale molto più sfaccettata e complessa. Un bene, per come la vediamo noi. Un quadro non più monolitico, a volte dialettico, con incontri e scontri che fanno bene alla crescita del comparto e dei suoi interpreti.