STORIA DELLA VITE E DEL

dall'uva al vino la storia

Il primo documento che attesta l’utilizzo e, di conseguenza, la produzione di vino in è rappresentato dalle Tavole Eugubine. Queste sette lastre di bronzo, risalenti al III secolo a.C. e vergate in antica lingua umbra, furono ritrovate nel 1444 presso l’anfiteatro romano di Gubbio ma vennero “tradotte” in latino solo nel 1939 dal linguista Giacomo Devoto. Dalla trascrizione del glottologo genovese si capisce come il vino sia stata una bevanda sacra nelle liturgie di questa antica popolazione italica, così come evidente nella frase: “presso l’ara con il vino senza difetto si preghi in silenzio.

Quello cui spetta ritiri la parte comunicale e la distribuisca”. Nelle Tavole il vino era un mezzo, insieme all’altra bevanda sacra ovvero il succo fermentato di orzo, dei sacrifici incruenti, quelli votivi che prevedevano offerte di farine, sale e torte. I Romani decantarono le qualità dei , Plinio II Vecchio e Marco Valerio Marziale furono estimatori dei nettari delle uve apianae e della varietà tudertis, nell’area dell’odierna Todi e per alcuni il progenitore del .

Ciò detto, però, non possiamo considerare l’Umbria una terra d’elezione del vino dell’Urbe, tantomeno dedita alla grande produzione per il commercio. Durante il Rinascimento il vino della regione era apprezzato, soprattutto se prodotto in quel di Orvieto, area considerata tra le migliori, per la dolcezza del clima e ricchezza dei suoli, per la coltivazione della vite, invero presente in loco sin dalla dominazione etrusca. Bernardino di Betto, il celebre Pinturicchio, durante il suo soggiorno lavorativo a Orvieto, dal 1492 al 1496, per gli affreschi del Duomo, fu un grande consumatore di vino locale che reputava di ottima qualità.

L’artista Pietro Vannucci poi, conosciuto come il Perugino, fece addirittura di meglio, pretendendo che parte del compenso per i suoi servigi fosse tramutato in vino. La dimensione del vino umbro rimane tuttavia locale, così come apprendiamo dalle note di Sante Lancerio, bottigliere di papa Paolo III Farnese, che a metà Cinquecento era intento a organizzare una spedizione per le cantine vaticane di vino rosso sucano, prodotto nei dintorni di Orvieto.

Durante il Settecento e l’Ottocento si consolida la fama dei vini d’Orvieto, apprezzati in molte corti europee e unici vini esportati della regione. Orvieto è per certi versi la culla del vino regionale, al netto dei tanti detrattori e di una storia non sempre qualitativa dei prodotti qui realizzati.

Gli Etruschi scavarono grotte nel tufo delle colline intorno e sotto la città, mettendo a punto un sistema di vinificazione a dir poco avveniristico per l’epoca con l’utilizzo della gravità durante le fasi di lavorazione: la pigiatura avveniva a livello del suolo e il mosto veniva poi trasferito attraverso tubi di argilla nei locali sottostanti dove fermentava.

Una volta svinato, il prodotto veniva trasferito a un livello ancora più profondo, perfetto per la conservazione. Nel Medioevo vigevano leggi ad hoc per la protezione dei vigneti ed esistevano degli appositi custodi delle vigne, nominati direttamente dai Consoli della città, il cui compito era verificare l’osservanza dei codici. II commercio del vino in quel di Orvieto era fiorente e prevedeva, sin dal Trecento, uno scambio di prodotti e uve con altre zone vinicole della Penisola.

Troviamo così le uve greche che provenivano direttamente da Napoli, la Guarnazza da Genova, il Marchesiano dalle vicine Marche: una mescolanza di varietà che diverrà la base per l’inserimento nei fondi agricoli di uve non locali.

Il fatto che il vino di Orvieto, perlopiù bianco, fosse amato dai papi, lo rese tanto celebre a Roma al punto che nel 1835 il poeta Giuseppe Gioacchino Belli a un suo sonetto: “bianco di Orvieto è il vino delle grandi occasioni”. La storia dell’unità d’Italia. poi, vede l’Orvieto al fianco di Giuseppe Garibaldi che, secondo il racconto di Giuseppe Bandi, ufficiale e segretario del generale, avrebbe brindato insieme al sottoposto con un bicchiere d’Orvieto enunciando: “bevete anche voi alla buona fortuna d’Italia”.

Nei primi anni del Novecento l’Orvieto, è famoso in tutto il mondo anche se la qualità non eccelle. L’uva maggiormente utilizzata per la sua produzione è il Trebbiano, localmente chiamato Procanico, con piccole aggiunte di varietà più pregiate chiamate Biancami, in realtà Nocchiello, Grechicchio, Drupeggio e Malvasia. Nel 1931 è considerato per legge un vino tipico.

Al netto dei successi commerciali dell’Orvieto la vera rinascita e il reale rilancio della viticoltura regionale si deve a due personaggi del vino italiano: Giorgio Lungarotti e Marco Caprai. Il primo nel 1964, in quel di Torgiano, dà i natali al Rubesco, un grande , in stile toscano, capace di lunghi invecchiamenti. Figlio di uve Sangiovese e Canaiolo di una sola vigna, un cru di 20 ettari, il Rubesco (prima Docg umbra nel 1990) è stato uno dei tanti amori enoici di Mario Soldati e rappresenta ancor oggi un pezzo di cultura del vino della regione e dell’Italia intera.

Più recente, si fa per dire, la storia della famiglia Caprai che, attraverso la passione di Marco, figlio di Arnaldo, salva Umbria letteralmente dalla scomparsa il , nel cuore della regione, a Montefalco. Correvano gli anni Ottanta, quando il giovane Marco Caprai si dedicava alla gestione dell’azienda agricola acquisita dal padre nel 1970. L’uva più tipica della regione, quel Sagrantino noto sin dal Cinquecento, rischiava l’estinzione perché sostituito con Merlot, Cabernet e Sangiovese. Marco Caprai puntò sul vitigno autoctono e, allo stesso tempo, sul futuro di un territorio. In collaborazione con l’Università di Milano e con il Parco Tecnologico dell’Umbria, vennero selezionati i 3 migliori cloni di Sagrantino, studiandone la combinazione ottimale tra densità d’impianto, sistema di allevamento e portainnesto. Venne così prodotto, per la prima volta, un Sagrantino secco, frutto di uno studio qualitativo in vigna che, insieme alla storica versione Passito, si fregiò nel 1992 della Doc Garantita.

La rivoluzione enologica passa pure nei dintorni di Orvieto, dove Antinori, nella tenuta del Castello della Sala a Ficulle, nel 1985 dà vita a uno dei vini bianchi più celebrati d’Italia, quel Cervaro, mix di Chardonnay e Grechetto che darà al mondo un nuovo stile di bianco made in Italy.

Qualche anno più tardi, nel 1987, sempre dalla tenuta di Ficulle, nasce il Muffato della Sala, realizzato con uve attaccate dalla botrytis cinerea che, al pari del Cervaro della Sala, aprirà la strada alla produzione, non solo in Umbria, di vini simili. Emulazione e rinnovamento hanno poi segnato i passi di una crescita ancora oggi in divenire che, nonostante tutto, non sembra ancora capace di mettere in degno risalto le potenzialità enologiche della regione.