, AEREALI PRODUTTIVI E

vitigni autoctoni

Una terra del l’, legata per molti anni solamente all’Orvieto, il bianco più famoso della regione, con i vini rossi mai in minoranza, dal lato delle quantità, ma concentrati principalmente nelle zone di Montefalco e Torgiano. Il vigneto umbro è completamente collinare, con allevamenti che dallo storico sistema a palmetta, due cordoni sovrapposti entrambi produttivi, sono via via passati al cordone speronato, con una media di ceppi a ettaro pari a 5.000 piante.

Tre sono gli areali produttivi di riferimento: i Colli Perugini, le terre del con annessi Coli Martani e Orvietano insieme ai Colli Amerini. La prima zona si estende sui versanti collinari del Tevere, del Topino e sulle sponde del Lago Trasimeno. I vini sono rossi, bianchi e rosati, tutti generalmente caratterizzati da medio corpo e ottima freschezza, tranne nell’area nei dintorni di Torgiano, dove il sa esprimersi al pari dei più rinomati terroir toscani.

Argilla, sabbia, calcare e tufo fanno qui la differenza nel costruire una solida struttura acido-sapida per i vini rossi che possono così, come il Rubesco Riserva Monticchio di Lungarotti mettersi in evidenza, sostenere lunghe maturazioni e rivelarsi assai longevi nel tempo.

Non male l’imprinting di questi terreni anche sulle uve a bacca bianca (Trebbiano, e Malvasia) che regalano vini minerali, sapidi e dotati di ottima freschezza. Morbidi, fruttati e quasi sbarazzini sono invece i vini dei Colli del Trasimeno, con un Gamay, in realtà Grenache, protagonista di rossi poco tannici e perfetti per la cucina lacustre della zona.

Compreso tra Deruta e Bettona a nord e Spoleto a sud l’areale delle terre del Sagrantino e dei Colli Martani è una zona molto piccola e circoscritta (dieci comuni appena), caratterizzata dalla presenza di tre uve: Sagrantino, Grechetto di Todi e .

Montefalco, Bevagna, Gualdo Cattaneo, Castel Ritaldi e Giano dell’Umbria sono comuni in cui si può produrre Sagrantino Docg, nelle versioni in secco e Passito, quest’ultimo con residuo zuccherino compreso tra 80 e 180 grammi per litro.Vinificato senza residuo zuccherino il Sagrantino dà vita a vini tannici, caldi e strutturati, caratterizzati da sentori di more in confettura, frutti di bosco in sciroppo e spezie piccanti (l’invecchiamento minimo è di 33 mesi di cui almeno 12 in botte).

La versione Passito, prodotta in quantità molto piccole, propone un quadro simile, ma più orientato sui toni di pasticceria alla frutta rossa e nera e cacao. L’uva è oggi espressione di tipicità, unicità e un vero e proprio mosaico di terroir differenti che rendono i vini da essa prodotti una bandiera del made in Italy nel mondo. Sagrantino e Sangiovese (60-70%) danno vita, nella medesima zona al Montefalco Rosso, mentre la versione in bianco della Doc è prodotta con Grechetto (minimo 50%) e Trebbiano.

I Colli Martani realizzano diverse tipologie di vino, dai rossi agli spumanti, ma l’uva e il vino più rappresentativo è sicuramente il Grechetto di Todi. Si tratta di una varietà a sé che nulla ha a che spartire con il Grechetto comune della zona di Orvieto. Il vitigno di Todi, rispetto al cugino della provincia di Terni, presenta un grappolo più compatto, buccia sottile e maturazione precoce. In Emilia Romagna è chiamato Pignoletto e in quel dell’antica Tudernum, vecchio nome di Todi, era l’ingrediente principale del Tuderte, vino citato da Plinio il Vecchio nel Naturalis Historia.

Oggi i Grechetto di Todi sono freschi, sapidi, scattanti, minerali, percorsi da spiccati sentori di glicine, mela golden e cedro. Altra varietà autoctona dell’Umbria è il Trebbiano Spoletino, uva bianca che si di Scosta dagli altri Trebbiano per un carattere aromatico proprio e un legame territoriale antico e circoscritto.

Sebbene fosse già nota a Sante Lancerio e Carducci, la prima vera testimonianza di questa uva si deve, nel 1908, a Francesco Francolini, fondatore della cattedra ambulante di Spoleto dal 1910 al 1917. In un’opera sull’economia rurale della zona, Francolini cita il Trebbiano Spoletino quale primo vitigno coltivato nella campagna intorno alla cittadina, affermando testualmente che “è il vitigno più coltivato nella pianura spoletana e il preferito dagli agricoltori per le sue buone qualità”.

Nel racconto di Francolini il Trebbiano Spoletino è poi definito “robustissimo e resistentissimo alle malattie crittogamiche […] ama i terreni di piano, profondi, fertili, freschi, ma produce bene anche in collina […] i grappoli sono piccoli con acini discretamente serrati a buccia durissima”.

L’uva era quasi scomparsa quando negli ultimi quindici anni uno studio sulla varietà clonale del Dipartimento di Scienze Agrarie dell’Università di Perugia e dell’Istituto Sperimentale di Viticoltura di Conegliano, insieme all’impegno di tanti piccoli e grandi produttori, hanno portano nel 2004 all’omologazione di un primo clone di Trebbiano Spoletino, rendendolo oggi protagonista di primo piano del vino di qualità della regione.Nel calice i vini sono molto freschi e caratterizzati da sentori floreali e vegetali, molto diversi dai descrittori degli altri Trebbiano.

I suoli del terzo areale, quello dell’Orvietano, rivelano un’origine vulcanica, con formazioni tufacee e di matrice piroclastica su depositi d’argilla. La zona si estende da Monteleone d’Orvieto a nord, alle colline sulle sponde del fiume Velino a sud di Terni, ed è diviso in due sottoaree di riferimento: Orvieto e Colli Amerini. La denominazione Orvieto è interregionale e sconfina nell’Alto Lazio, in provincia di Viterbo.

Il disciplinare prevede la produzione di vini bianchi secchi (Trebbiano Toscano e Grechetto per un minimo del 60%), abboccati, amabili, dolci, da vendemmia tardiva e da uve attaccate da muffa nobile, regalando una varietà di soluzioni enologiche ampia e sempre diversa. ricordano i fiori di campo, gli agrumi e le mele gialle.

Più caldi e maturi i sentori delle versioni Vendemmia Tardiva e Muffa Nobile che abbracciano aromi di agrumi canditi, pesche sciroppate e albicocche disidratate, contestualmente a una presenza significativa di dolcezza all’assaggio.

In un mare di bianchi non mancano tuttavia i rossi, sempre più in auge in fatto di qualità e testimoni dell’altra faccia del territorio. I vitigni utilizzati, oltre al Sangiovese, a suo agio in tutta la provincia di Terni, spaziano dall’Alicante al Merlot, passando per Cabernet Sauvignon, Ciliegiolo, Canaiolo e Pinot Nero.

Più o meno strutturati, talvolta complessi, di ottima carica tannica ma mai astringenti, questi rossi propongono forza, carattere e una personalità che li rende davvero unici, soprattutto se confrontati con vini, da medesime uve, delle regioni limitrofe.

Quasi una terra da Sangiovese invece può, curiosamente, essere definita l’area che va dal Lago di Corbara ad Amelia, dove quest’uva sembra esprimersi nei vini con una forza e una longevità pari ad alcune blasonate denominazione della Toscana meridionale. Leggermente inferiore, infine, ma sempre sostenuta, la struttura dei rossi dei Colli Amerini.